
ALBERTO GIULIANI. PALE D’ALTARE
DAL 27 MAGGIO AL 3 GIUGNO 2023
da lunedì a sabato, dalle 18:00 alle 20:00
finissage sabato 3 giugno 2023 dalle ore 18:00
Via delle Sette Chiese 78, Roma. Metro B Garbatella
mostra a cura di Eleonora Carrano, Carmelo Baglivo
contributo critico di Antonella Greco
allestimento di Massimo Alessandrini
Sono esposti presso la Galleria Embrice, dal 27 maggio al 3 giugno 2023, le pale d’altare di Alberto Giuliani: 20 opere realizzate con la tecnica del dripping utilizzando smalto nero su carta. Il ciclo nasce da una riflessione storica, formale e a tratti emotiva, all’interno del legame profondo che unisce e attraversa le arti visive nella c ultura Occidentale.
Testo di Eleonora Carrano
Le pale d’altare di Alberto Giuliani sono memoria e trasfigurazione del segno con cui gli antichi maestri sapevano sintetizzare e definire gli elementi che connotavano il linguaggio architettonico classico. I dossali, arredo imprescindibile alla liturgia, adornavano gli altari delle chiese cristiane. Disposte in diverse strutture e forme organizzate da più tavole e cornici, generavano strutture complesse contornate spesso da elaborate cornici che avevano la funzione di mediare tra lo spazio dipinto e lo spazio dell’edificio. Alberto Giuliani con la sola tecnica del dripping a smalto e con una sintesi fuori dal comune, rievoca l’enfasi dei momenti liturgici nell’interazione tra il dipinto e l’architettura limitrofa entro cui l’opera veniva collocata: erige trabeazioni lineari sorrette da pilastri; edifica montanti simmetrici che sostengono architravi intagliati; innalza lesene sormontate da timpani spezzati con la stessa immediatezza con cui venivano realizzati – a carboncino o a matita sanguigna – gli studi preparatori delle grandi opere architettoniche del periodo rinascimentale e barocco. Unica citazione concessa è nel dettaglio a grande scala de la Pala Pesaro di Tiziano per l’Altare della Immacolata Concezione dei Frari che apre la mostra, per il resto, l’invenzione e l’astrazione che caratterizzano le pale d’Altare di Alberto Giuliani sono un fatto nuovo e importante perché sanciscono una pittura in continuità col presente, che valorizza l’arte e l’architettura italiana.


contributo critico di Antonella Greco
Alberto Giuliani le definisce Pale d’Altare: estendendo volontariamente all’insieme architettonico il dato pittorico interno, la pala vera e propria, la rappresentazione dipinta al centro dell’edicola. Quella che attrae lo sguardo, ad esempio, a Roma in un quadro di Maratta nella chiesa degli Artisti, sul manto azzurro della Vergine in piedi a sinistra, facendo dimenticare colonne e timpano e altare, appunto. L’edicola è un modello architettonico che tocca il suo apice in epoca barocca, quando diventa predominante l’esibizione linguistica dei vocaboli che lo compongono, quando le colonne si ampliano si torcono, o si ricoprono di vegetazione e i timpani si adattano, aggettano, si attorcigliano. Perché poi la pala diventi nei segni di Giuliani non più di una traccia vorticosa è presto detto, quando si capisca come quella pala/edicola sia in realtà un archetipo, una suggestione mnemonica, un’immagine folgorante rimasta impressa in un catalogo di architetture fatto proprio da un’operazione pittorica, da un intreccio di segni di smalto nero che permette di intuire il progetto delineato o ricordato. Un insieme che poi si confonde, si allontana si confronta e si nasconde. Ecco che allora il dipinto al centro dell’edicola, la “pala” vera e propria, diventa una macchia trascurabile in un tracciato architettonico espressivo, distinto da ben altra forza. Il dettaglio architettonico della Pala Pesaro, così riconoscibile pur nell’ombra aggrovigliata dei segni si affida al confronto fra le colonne vere reali operanti dell’edicola e un frammento di quelle colossali dipinte da Tiziano. L’operazione artistica diventa un’operazione di critica architettonica.
Così è certo riconoscibile l’impianto di una Pala d’altare diversa dalle altre e che appare come un colossale arco di trionfo, ma più ci si avvicina, meno il disegno diventa leggibile, più i particolari si sfaldano in un groviglio rumoroso in cui la casualità, o la ricercata casualità del mezzo si prende il compito di far diventare l’immagine ambigua. Come le alghe in laguna in un famoso pezzo di Josif Brodskij che respirano e si contraggono sinuose e notturne sotto l’imbarcadero veneziano, così lo smalto della materia di Giuliani confonde e disvela, lascia intuire cose conosciute ma non identificate, le trasforma in espressione, a metà tra architettura e arte. Che è poi, credo, il centro di tutta l’operazione. La trasformazione in memoria o in un disegno “altro” ottenuto con mezzi differenti, di un bagaglio ineliminabile di conoscenza storica. All’ architetto artista non fa certo difetto la nozione di ciò che condensa in questi suoi disegni diventati espressione di un atteggiamento critico o di un incantamento pittorico. Azzardato, ma forse indicativo, che l’autore si sia formato nella cultura veneta, tra i due picchi opposti dei quattro libri del Palladio e i neri espressionisti dei quadri di Emilio Vedova.

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