E’ il momento di pensare al #DOPO.

Franco Tegolini architetto e urbanista si confronta con Carlo Severati, architetto, docente di Storia dell’architettura e fondatore di Embrice, sul dopo-Covid19: “l’Italia deve cominciare ad essere aperta” VS “L’Italia deve essere tenuta ancora chiusa”?

Abstract

2020 cronache pandemiche

presentazione di Carla Scura

Potrebbe essere il titolo di un romanzo di Ballard, romanziere distopico par excellence, o di un finto documentario apocalittico ispirato ai numerosissimi film fantascientifici “paranoici” la cui produzione si è concentrata soprattutto intorno alla Guerra fredda per poi avere una reviviscenza negli anni Zero di questo secolo.Più semplicemente è una raccolta di riflessioni, immagini e spunti ispirati al presente allucinante e alienato che l’umanità sta vivendo nel ventesimo anno del terzo millennio, proposti in forma seriale e senza una cadenza fissa. Una parte di questa riflessione a più voci è portata avanti anche sulla pagina sociale di Spazio Embrice www.facebook.com/embrice.aps/. I temi trattati e i media discussi (città, cinema, case, progetti architettonici, disegni, narrativa) saranno tipicamente trasversali, pur rimanendo nell’ambito degli interessi coltivati da Embrice – architettura e cultura.

FRANCO TEGOLINI

Il covid19 ha modificato la nostra percezione dell’oggi e del domani. Il movimento della terra intorno al sole non è più l’unità di misura per individuare l’uno e l’altro. La pandemia ci ha fatto conoscere l’alba dell’oggi, ma ancora non ci consente di sapere quando avverrà il tramonto. L’alba e il tramonto si sono allontanati. Ciò vale anche per il domani. Non avverrà in un attimo, ma dopo una fase intermedia nella quale l’oggi e il domani si sovrapporranno. Ritornerà la distinzione quando la pandemia sarà finita. Tra qualche mese, tra qualche anno? Nessuno ancora lo può indicare. Queste considerazioni ormai dovrebbero essere ovvie per tutti. Invece nella discussione politica molti hanno preferito nascondere tutto ciò per ripercorrere ancora una volta la strada della contrapposizione, costi quel che costi. “l’Italia deve cominciare ad essere aperta” contro “L’Italia deve essere tenuta ancora chiusa”. La disputa appare astratta. Sarebbe molto più utile invece porsi la domanda se qualcuno, già oggi, sta pensando a quando e come avviare la fase di transizione prima dell’apertura. E’ fondamentale per evitare i rischi di eventuali rimbalzi della pandemia e per riconfigurare il paese del domani. Oggi ci sono due certezze. La prima è che l’Italia di oggi sarà diversa dall’Italia del giorno dopo. La seconda è che la fase della transizione sarà decisiva per configurare la nuova Italia. In questa fase verrà pensato il futuro del paese sapendo che nel tempo dovrà convivere con le ricorrenti epidemie, purtroppo cadenzate da un intervallo ormai quinquennale. Epidemie più devastanti rispetto a quelle del passato, ma alle quali oggi l’uomo può contrapporre i mezzi sempre più potenti della scienza, della tecnologia e delle risorse disponibili.

E’ tempo quindi che in Italia si formi una cultura anche per la prevenzione epidemiologica, così come è stata costruita per la prevenzione dalle calamità geofisiche o da quelle causate dall’uomo. Questa nuova cultura, oggi assolutamente assente, è diventata una necessità. Per questo rinnovamento, da alcuni definita addirittura di tipo rinascimentale, il paese, al pari di altri, non è pronto. La sfida è certamente epocale e le competenze sanitarie, alle quali dobbiamo riconoscenza, da sole non saranno più sufficienti. Il covid19 ha invaso l’intero pianeta con la particolarità che le città e le grandi metropoli hanno subito la maggiore devastazione. I focolai si sono accesi anche nelle zone rurali, ma sono stati abbastanza facilmente isolati e spenti. Invece la messa in sicurezza delle grandi aree urbane dal pericolo epidemiologico è diventata la grande sfida. In queste si concentrano i grandi spazi pubblici, le attrezzature pubbliche o di uso pubblico, i grandi eventi, i terminali delle reti per la mobilità (aeroporti, porti, stazioni, autostrade), le fonti generatrici di flussi turistici, culturali, sportivi, gli impianti produttivi e terziari, le reti di trasporto urbano e metropolitano, le grandi attrezzature sanitarie e scolastiche. Inoltre nell’ottica della prevenzione l’elenco potrebbe continuare con i nuovi poli, urbani e territoriali da inventare e realizzare per evitare, in presenza di epidemie, la chiusura delle aree urbane. E’ naturale che sorga una domanda di fondo e cioè se tutto ciò è un obiettivo possibile e, se realizzabile, in quale misura? e richiedere all’intero mondo delle comunità scientifiche e culturali di lavorare insieme per fornire le indicazioni, le modalità e i tempi per la fattibilità di un paese aperto anche in presenza di calamità epidemiologica. Le successive domande riguardano, quale una nuova organizzazione collettiva delle città bisogna costruire per attivare una prevenzione efficiente? quali attrezzature urbane di nuova generazione finalizzate alla prevenzione e quali gestioni differenziate delle attrezzature esistenti, opportunamente rigenerate, bisogna prevedere? in quale misura la flessibilità funzionale e quella gestionale di tutti i poli e le reti urbane, pubblici o di interesse pubblico, può essere attivata? Sono domande nuove ma importanti. Da far tremare i polsi. Inoltre qualche osservazione di minor rilievo può essere accennata. Riguarda il patrimonio abitativo, dove in questi giorni, per le famiglie rinchiuse nelle loro abitazioni, evidenti difficoltà sono emerse. In appartamenti di dimensioni ormai sempre più ridotte, stanno convivendo più persone che contemporaneamente lavorano e studiano con gli strumenti telematici e magari svolgono anche attività ginniche compatibili con gli ambienti domestici. Molte terrazze condominiali stanno vivendo una nuova vita e stanno dando, dove è stato possibile, un sollievo attraverso le attività all’aria aperta e le occasioni di socialità degli inquilini. Un’innovazione spontanea da prendere in considerazione e da non sottovalutare per proporre azioni per l’adeguamento del patrimonio residenziale. Le abitazioni condominiali sono già oggi dotate di spazi accessori (cantine, garage, terrazze, giardini) e, con la crescita dello studio e del lavoro a distanza, potrebbero essere dotarle anche di altri spazi adeguatamente attrezzati, tanto da avvicinarle alla tipologia delle abitazioni collettive, dove la residenza è integrata con lo studio, il lavoro e il tempo libero. Ci siamo resi conto che la prevenzione epidemiologica è diventata una necessità. La scienza, la tecnica e le istituzioni hanno il dovere di rinnovarsi e di accettare la sfida. Di fronte all’emergenza il paese ha potuto disporre di competenze scientifiche importanti per combattere il covid19. Queste competenze da sole non potranno rispondere a tutto ciò di cui il paese ha bisogno. Anche altre discipline è necessario che si mettano in gioco. C’è bisogno di una rivoluzione culturale che ponga come la priorità il lavoro interdisciplinare.In questi giorni è stata richiamata da più parti la necessità dello stare insieme come condizione di successo. Anche la costruzione della nuova Italia ha bisogno del lavoro congiunto e condiviso di una molteplicità di competenze. La fase di transizione necessariamente deve avere un carattere fortemente innovativo, anche nei comportamenti. La rivoluzione culturale parte dal lavorare insieme come condizione per dare risposte alle tante domande che ci poniamo, oggi per giorno dopo.

CARLO SEVERATI

Ringrazio Eleonora Carrano di aver inoltrato con whatsapp il testo di Franco Tegolini, che saluto con stima e simpatia. I molti temi e la relativa lunghezza del testo non fanno certo di whatsapp il mezzo migliore. Provo comunque a completare il suo testo con una risposta, sperando che il nostro “dialogo fra ottuagenari” carico di comuni memorie, possa essere utile, riservandomi, ovviamente, di ampliare e chiarire se necessario. I temi di Franco sono, se ho letto bene, 7+7; numeri che, così divisi, guardando indietro, ricordano biblicamente anni di carestia, che stiamo attraversando e che si annunciano, visto il colossale indebitamento mondiale. D’altronde, parlando di architettura, il primo settennio INA CASA si è avviato dopo quattro anni dalla fine della guerra, e solo anni dopo si è cominciato ad avviare il miracolo economico. Si dirà: c’erano meno tecnologie; ma abbiamo davvero creduto che il progresso della tecnica significasse il progresso dell’umanità? Dal n.1 al n.7 si tratta di temi generali: da ” alba e tramonto si sono allontanati” a ” prevenzione epidemiologica”. Dall’ottavo al 14 sono temi di assetto territoriale: 8, messa in sicurezza delle nuove aree urbane, 9, nuovi poli urbani e territoriali da inventare, 10, nuova organizzazione collettiva della citta’, 11, attrezzature urbane di nuova generazione, 12 flessibilità funzionale e gestionale , 13, spazi attrezzati nei condomini, verso abitazioni collettive, 14, necessità di lavoro congiunto e condiviso. Non v’è chi non legga in tutto ciò una materia complessa, nella quale è difficile entrare con le oggettive difficoltà di una lunga digitazione e di uno spazio comunque limitato. Tematiche, e per questo dobbiamo dargli merito, da far crescere nel dibattito pubblico facendo sì che l’arrugginito Sistema Istituzionale Nazionale programmi Convegni , si impegni in proclami e faccia scelte conseguenti. Leggo con affettuosa simpatia il suo accenno alla ” casa collettiva” memore forse della nostra speranza di sessant’anni fa di azzerare la Storia e riprendere i progetti di Moisej Ginzburg e di Ivan Leonidov. Altra citazione che mi permetto, relativa al suo “decentramento in caso di epidemia”, è WALL.E; film Pixar di dieci anni fa, nel quale pochi eletti abbandonano la terra diventata inabitabile e vivono in una gigantesca astronave nello spazio, inevitabilmente sovra peso malgrado ampi spazi verdi. Quella sarà inevitabilmente (o no) l’epidemia terminale: la distruzione delle condizioni della vita nel mondo. Fra le tematiche generali la più suggestiva che Franco propone è quella di un tempo diverso, dilatato, sottratto ai movimenti della terra attorno al sole; tempo che viene tuttavia identificato fra alba e tramonto. Mi piacerebbe crederlo, ma dubito che ci sarà una transizione e un dopo. Penso che si sia già avviata una transizione, e che saremo sempre in transizione senza un dopo. Ambiente e stato sociale sono collegati; citando appena il miliardo di umani che non hanno accesso ad acqua pulita- o semplicemente acqua-, la pandemia evidenzia in tutto il mondo le disuguaglianze: tanti nel mondo non hanno casa né assistenza sanitaria e non possono lavarsi le mani. Muore di più chi è in difficoltà, più di prima. Anche in Italia la tenuta dello stato sociale appare oggi, finalmente, una emergenza maggiore.

Due interrogativi cruciali:contribuirà l’epidemia a aggiornare in tempo il modello di sviluppo? Le ragioni per le quali le classi dominanti dovranno affrontare la riforma dello stato sociale, lucidamente descritte da Nadia Urbinati ( Le Repubblica, 18 Aprile 2020, : “ La convenienza dei diritti” ) , sono simili a quelle che fanno nascere le leggi urbanistiche e il filantropismo borghese nell’Europa settentrionale fra Settecento e Ottocento: la paura del contagio che sale dai primi ghetti operai.

– risponderanno gli Stati alla Moratoria ONU delle guerre, di tutte le guerre? L’appello di Avaaz di sostegno all’ONU non arriva oggi a 2 milioni di firme. Questo è il corso dei miei pensieri di ottuagenario. Purtroppo anche l’altra affascinante idea di “ nuovi poli urbani e territoriali da inventare” trova il suo limite nell’inevitabile aumento, che sarebbe forse anche in questo caso ingiustificato, dell’uso del suolo; a meno di non costruire i nuovi poli sopra le città esistenti. 55 anni fa, nei disegni di Archigram e di Superstudio, ipotesi di questo tipo esercitavano un grande fascino; delineavano un avvenire lontano, sempre in un ottimistico aggiornamento tecnologico della città che cresce. Erano gli anni nei quali il Giappone, nell’area di Tokyo, affrontava il tema del decentramento urbano nella baia per dare risposta alla gravissima crisi ambientale della Metropoli; gli anni del gruppo Metabolist e del fondato assetto visionario della rifondazione. L’idea, altrettanto visionaria, dei nuovi poli urbani proposti da Tegolini come ulteriori sviluppi verticali e orizzontali del tessuto metropolitano, dei quali possiamo leggere una anticipazione nella stampella di Koolhaas a Pechino, potrebbe essere tanto paradossale quanto stimolante. Aderirei tuttavia entusiasta a costruire sperimentalmente un parco giochi con Franco e altri su un terrazzo, che io non ho, di qualche condominio con vista

19.04.2020