Paolo Meluzzi e il dibattito Low-Rise High-Density (1990-2000). Inaugurazione Mercoledì 21 Febbraio 2018, 17.30

Pdi Carlo Severati /

Mercoledì 21 Febbraio 2018 alle ore 17.30 si inaugura, nella campata 1 dell’Aula Mario Labò – Università Roma Tre – la mostra “Paolo Meluzzi e il dibattito Low-Rise High-Density”, con una presentazione del Professor Stefano Cordeschi. L’esposizione, a cura di Ranieri Valli ed Eleonora Carrano, rimarrà aperta fino al 2 Marzo, dal Lunedì al Venerdì, dalle 18.00 alle 20.000; Ingresso libero. Catalogo a cura di Stefania Bedoni disponibile in sede.

Difficilmente il progettista che vive del suo lavoro è in grado di selezionare i propri clienti: anche negli anni Settanta nei quali sembrava che il suo ruolo fosse più di oggi riconosciuto dal contesto sociale. Ciò che al massimo può fare è investire in ricerca, ed è quanto Meluzzi e i suoi amici e compagni di lavoro hanno fatto, affiancando i migliori risultati internazionali di quegli anni, nel caso di edilizia low-rise high-density.

Il disegno della città nuova, della possibile nuova città reale, costituisce la dimensione operativa del progettista integrato. Questo si dà per frammenti o, quando possibile, apre a un progetto complessivo.
Un progetto nel quale tutti i temi della città moderna, posti già da Leonardo da Vinci nel suo disegno di organizzazione funzionale a più livelli, trovano possibile soluzione e forma proposte alla società civile.
Come è avvenuto nei due concorsi per nuove tipologie residenziali e per una nuova espansione della Città di Sabaudia: occasioni che hanno chiamato a raccolta nei loro anni una significativa quantità di progettisti, raccolti in gruppi, come nel caso di Meluzzi, composti da architetti di più generazioni.
Il primo caso, che conduce a un risultato plastico di grande efficacia – una residenza città – vede la partecipazione dell’Ingegnere Mario Bedoni.
Nel secondo, la presenza di Carlo Melograni nel gruppo di progettazione assume un rilievo storico: rimanda a una posizione teorica della metà degli anni 1950, condivisa dai più giovani, che, a partire dal progetto per la Fiera di Bologna, redatto con Giura Longo e Benevolo, condanna sostanzialmente il neorealismo architettonico degli anni Cinquanta: stracittà meglio di strapaese (c’erano anche altre opzioni: Torino Falchera, di Giovanni Astengo e Genova Forte Quezzi, di Luigi Carlo Daneri).
Tuttavia nel lavoro di Paolo Meluzzzi non si tratta, come si può vedere nei progetti per Bracciano, per Torrita Tiberina e per l’annex di Casteltodino, di un eccesso di ideologismo: l’architettura può declinare tecniche e linguaggi consolidati dalla autorità della architettura senza architetti, che il progettista responsabile guarda senza alterigia, sempre disposto a imparare.

Tutta la vicenda italiana del secondo dopoguerra è influenzata dalla lunga e affettuosa frequentazione e amicizia di Walter Gropius e Bruno Zevi.
A questo scambio, per come si configurava negli anni Sessanta, si può riferire il lavoro di Paolo Meluzzi e dei suoi colleghi.
Solo nel seguito la scatola edilizia diventa per Zevi il nemico da battere, le colonne d’Ercole da attraversare.
Ma anche Walter Gropius, nel memorabile progetto per l’Università di Bagdad, discusso all’Inarch, sembra smarrire la strada.
In realtà la crisi è mondiale: Stone e Yamasaki negli Usa, Muratori e lo stesso De Renzi a Roma denunciano la crisi del linguaggio dell’architettura moderna.
A questo, come via d’uscita teorica, nel 1977 Zevi oppone il linguaggio moderno dell’architettura.
Di fatto, una impossibile codificazione della deroga e della dissonanza, qualificate come il DNA del linguaggio moderno.
Non dimentichiamo che in quegli anni si avvia un clima di marcato, per quanto effimero, successo del postmodernismo.
“Abbiamo vinto!”, proclamerà Zevi, commentando i risultati del concorso Paesaggistica e linguaggio grado zero dell’Architettura nel 1997.
Ma nelle mani del mercato la sua dichiarata vittoria sul postmodernismo e sulla scatola edilizia diventa una licenza di uccidere.
Uccidere l’Architettura stessa, contrabbandando per questa esercitazioni formali più proprie di interventi effimeri che di stabili monumenti (architetture torta – cake architecture – o architetture zucchero filato – cotton candy architecture) distribuiti nelle città del mondo e omologati come architettura dalla maggior parte dei media. Peraltro l’Architettura della quale stiamo qui parlando non si sottrae alle sue responsabilità stilistiche: una assenza di stile, si potrebbe dire salutare secondo alcuni, colpevole, secondo altri.

In realtà esiste una “mano” del nostro Architetto, che si rileva a una analisi più strutturale in senso formale: si tratta di un carattere di concitazione, di concentrazione degli elementi del progetto edilizio che procede per esclusione.
Assai evidente nella maggior parte dei progetti, ma in particolare in quelli per il Nuovo Municipio (un progetto – sembra- incredibilmente costruito, demolito e ricostruito in altre forme e diverse destinazioni funzionali ), per nuove tipologie residenziali, per Tolfa, per Sabaudia.
Un processo progettuale per esclusione che partiva – secondo la testimonianza dei collaboratori- da una visione di insieme, integrale, aerea del progetto e arrivava fino ad escludere con acribia ogni centimetro di spazio e ogni grammo di materiale inutile nella cellula abitativa.
Forse una sorta di frugalità, sostenuta da Soleri all’inizio di questo millennio, che faceva da contrappunto a un privato liberamente vissuto.

Carlo Severati

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