“ Sant’Ivo fede e ragione.” Il posto di Dio e i volti alati degli angeli: un saggio iconologico di Luca Ribichini su S.Ivo, riletto nel 350° anniversario della morte di Borromini.

Disegno Luca

…this vault ….had to be torn down and rebuilt several times to please to the architect. “ Così Connors, altrove dettagliato nelle note al suo fondamentale saggio, qui con un generico riferimento : “ Documents tell us…”.

L’edificio mostra, in continuazione, all’epoca della sua storia prossima, problemi statici che impongono continui interventi dei fabbri, ai quali sono commissionate catene, enormi o di media dimensione, che cingono in più punti le murature.

Non casualmente Connors ricava la maggior parte delle sue informazioni dai documenti dei fabbri, che per di più si lamentano di non essere pagati.

Nel gran numero si studi sul tema, manca forse ancora una messa a punto dei problemi costruttivi di questo edificio, grande e molto alto, in un piccolo spazio. Ne parlava Frommel nel 1999 facendo qualche riferimento pertinente a Bramante in relazione alla articolazione a terra della pianta esagonale; la trasformzione di questa nel suo elevarsi e concludersi è particolarmnente critica, dovendosi estradossare un volume interno concavo-convesso in un tamburo composto di sei absidi ( convesse ).

L’attenzione di B. alla cultura che genericamente definiamo medievale è indubbia; testimoniata, ad esempio, dalla sua religiosamente accurata sistemazione delle tombe antiche nelle navate laterali del San Giovanni. La lettura del Ribichini ( che in certo senso conclude il lungo lavoro di rilievo portato avanti dal Dipartimento di Disegno e rilievo) si legittima nella pura curiosità intellettuale di trovare le ragioni di un meccanismo architettonico provocatoriamente ridondante e complesso: curiosità che i levano a partire dal 1652, anno del completamento. Ragioni delle quali si possono trovare legittimamente tracce, come in questo caso , ma certamente non “ spiegazioni “.

Dimenticheremmo altrimenti la mossa del cavallo che caratterizza ogni grande opera d’arte; mossa, ciascuna, personale o collettiva – come si dice che, almeno in parte, sia la grande architettura gotica – ; quella mossa, appunto, che trasferisce il ragionamento nell’indicibile dell’arte.

Ciò vale per l’architettura come per un blu di Tiziano a un nero Malevič , anche se in apparenza l’architettura fornisce – per la necessaria evidenza tettonica che porta al cantiere – molti appigli ai quali fare aderire la propria interpretazione .

trascrive in pietra la Sapienza tramite la terza cantica della Commedia dantesca, criptando una cattedrale medievale all’interno di un edificio barocco e rivelando un universo di simboli sotto le mentite spoglie di bizzarrie secentesche.

Così Luca Ribichini conclude il suo saggio , i riferimenti del quale sono generosamente disposti sull’ampio arco che va da Sant’Agostino a Dante , chiamando in campo la cosmografia tolemaica.

Conclusione che dà spazio ad una prima obiezione: quelle bizzarrie , collocate storicamente, fanno capo ad un linguaggio architettonico originale, costruito sul campo e aggiornato continuamente in cantiere;

dal lavoro in San Pietro con Carlo Maderno alla commessa di San Carlo , lunga quasi una vita, nella quale anche si possono leggere tanto le premesse quanto le conclusioni di quella evoluzione.

Attorno a B. c’è un primo avvio avvio di una cultura archeologica , se così possono essere letti i disegni di antichità di Giovan Battista Montano , che documentano la straordinaria proliferazione del linguaggio classico nell’oriente antico; più antico della dottrina e della visione cristiana del mondo. Borromini è , nella architettura europea, l’interprete più brillante di queste fonti laicali.

Sempre Connors, che conferma quanto sopra con un esplicito riferimento a Baalbek per la lanterna, sottolinea la presenza “ laica “ nella stessa iconografia della chiesa, confermata simbolicamente nella decorazioine del portale sud-est. Un libro, una spada e una scala conducono alla Giustizia, un serpente che si specchia alla Prudenza: al centro, una corona d’alloro con ai lati due ali d’angelo. Risultato: “…a winged laurea in Giurisprudenza …”. Una laurea alata.

Anche gli angeli alati dell’interno sono laureati . Non dimentichiamo che Yves Hélory, era uomo di legge, morto il giorno di Pentecoste del 1303, avvocato dei poveri, santificato nel 1347.

L’unica icona riconducibile alla tradizione ebraica e cristiana della Pentecoste , descritta dall’Evangelista Luca, identificata e dettagliatamente analizzata da Connors, é la colomba che irradia luce al centro del cupolino che chiude la lanterna. Un tempo sospesa con un ferro per dare la sensazione del volo.

A questa vanno certamenmte aggiunte fiamme e fiammelle : può rappresentare una fiamma, forma nella quale discende lo spirito santo, riferimento pentecostale, lo stesso ferro battuto che contiene il mondo sormontato da croce .

Seguendo comunque l’impostazione iconologica di Ribichini ( ragione: l’esterno dell’edificio; fede, l’interno ) alcune difficoltà leggiamo nel testo , e proprio nel tentativo di spiegazione della misteriosa terminazione fiammeggiante che chiude il sistema tempietto-spirale .

. Qui , sembra, la dicototomia proposta -fede interno , ragione esterno– entra in crisi : elementi di razionalità compaiono all’interno e aspetti di fede e di spiritualità compaiono all’esterno, come, per esempio i candelabri; che, secondo l’autore, identificano i luoghi del sacro . Salutare contraddizione, peraltro; anche se essa può rappresentare la base di una seconda obiezione , pure riconsegna ad unità interno ed esterno.

In realtà, si potrebbe obiettare non proprio di candelabri si tratta, ma piuttosto di fiaccole; o piccole erme sulle quali si posano fiammelle : che, con qualche forzatura, possono riferirsi a quelle discese su Maria e gli Apostoli nel giorno di Pentecoste.

Dobbiamo comunque ringraziare Ribichini e il suo Dipartimento per la coraggiosa ipotesi corredata puntualmente da documenti sin qui mai accostati all’opera.

Nel merito, obiezioni a parte, ci sembra veramente difficile condividere una così puntuale identificazione di una stella con un cielo, della trabeazione circolare con stelle nella Vergine Maria, di Dio chiuso nel piccolo locale voltato alla sommità della lanterna. O di angeli, collocati all’interno in una sequenza da due a sei ali. Non che ci sia incompatibilità ; ma, riproponendo ragioni costruttive, non c’è dubbio che gli angeli “ a quattro ali “sono dimensionati e collocati come inganno proprio dove la curvatura della volta passa da convessa a concava.

Ma non ha ovviamente senso avviare una contestazione analitica.

Il saggio si colloca perfettamente nel progetto editoriale della Rivista Disegnare , fondata e diretta da Mario Docci, a servizio di una specifica area disciplinare, qui al suo cinquantesimo numero.

Carlo Severati

foto stockel

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