Quel pasticciaccio brutto di via Ticino 3

-Lo scenario –

Al centro delle cronache romane del mese di ottobre, l’attesa di un provvedimento che impedisse la demolizione del palazzetto di via Ticino 3, ha tenuto sospesa per giorni la speranza di molti cittadini della capitale.

A nulla sono valsi gli appelli di Italia Nostra, di Consiglieri comunali, storici dell’arte, giornalisti e abitanti indignati del quartiere, intervenuti pubblicamente per cercare di salvare quell’edificio e, con esso, l’integrità di un raro angolo di città.

A ridosso del quartiere cosiddetto Coppedé, e proprio accanto al villino “Gigli” firmato, sorgerà una lussuosa ed inqualificabile palazzina terrazzata che, con la tettoietta dell’attico, sembra ironicamente fare il saluto militare all’ ex villino Naselli, poi sede di una Congregazione religiosa, di cui prenderà il posto.

Realizzato alla fine degli anni ’20, il palazzetto di stampo neoclassico, nonostante la sopraelevazione negli anni ’50, appariva perfettamente armonizzato con l’architettura circostante, ma per strane circostanze, non risultava vincolato.

Il contesto, fortemente qualificato dal punto di vista urbano, presenta un tessuto edilizio omogeneo: prevalgono graziosi villini anni ’20 e, a completamento, alcuni garbati interventi degli anni ’40, inizio ’50, riconoscibili per i caratteri tipici dell’epoca,  raccontano di uno sviluppo insediativo graduale e misurato.

Il segno del piccone (fig.1) è oggi il simbolo dell’inesorabile decadenza di una città in perdita. La competenza che ha spesso contraddistinto le Istituzioni culturali italiane e romane nel riuscire difendere e preservare il proprio patrimonio architettonico, ad eccezione di qualche sporadico episodio, sembra oggi, quanto mai, vacillare.

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fig.1

La crisi degli organi per la salvaguardia dei beni sul territorio è ormai palese da tempo: aree archeologiche dimenticate o addirittura recuperate e poi seppellite dal cemento, vincoli ritardati, rilasci di permessi per ristrutturazioni pesanti in pieno centro storico e troppo, troppo spazio concesso agli interessi economici di imprese senza scrupoli, il cui obiettivo è di realizzare e vendere cubature strappate alla distrazione delle autorità di controllo.

Scuole di pensiero o semplicemente una mancanza di sensibilità e di cultura architettonica?

Ciò premesso, c’è da domandarsi quali siano gli organi preposti al controllo e alla tutela del territorio urbano, perché, In mancanza di vincoli o prescrizioni, le responsabilità ricadono sull’architetto che è artefice del progetto, e tutto è affidato alla sua sensibilità.

Si potrebbe anche avanzare l’ipotesi che si tratti di una elementare questione di gusto, perché se lo scenario fosse il centro di Parigi o Londra, forse non si griderebbe con tanto clamore allo scandalo, come qualcuno vorrebbe farci credere.

Nella fattispecie, Roma non è Parigi e neanche Londra, e vanta un centro storico che dal 1980 è stato iscritto nella lista del Patrimonio Mondiale dell’Umanità dall’Unesco, trattandosi di una città con identità e tradizioni uniche, non per altro, capitale di un Paese che esporta la cultura del restauro e della conservazione in tutto il mondo.

Una questione di sensibilità si potrebbe quindi affermare, o di capacità/incapacità di intervenire con la mano giusta sul tessuto storico.

Demolizione a parte, c’è modo e modo di affrontare la progettazione in aree connotate da una certa qualità architettonica, fortemente caratterizzate dal punto di vista formale e stilistico.

Lì dove è riconoscibile una tale fisionomia è doveroso partire dallo studio del luogo, analizzare i materiali, le tecnologie più in uso, i colori prevalenti e, considerato che l’intervento impatta sul tessuto urbano, non ci si può affidare al buonsenso del progettista incaricato, perché la procedura corretta da seguire è il bando di concorso aperto (sia che si tratti di intervento su suolo pubblico che privato),  con il coinvolgimento degli attori sociali.

L’Italia ha conosciuto  architetti che hanno fatto scuola sul tema del “nuovo” nella città consolidata: Carlo Scarpa e Ignazio Gardella, hanno incentrato su questo argomento ricerche approfondite e sono stati artefici di interventi studiati dalla piccola alla grande scala; dal segno urbano fino al minimo dettaglio.

Ma non è prerogativa solo italiana l’attenzione per il contesto in cui si interviene, perché uscendo dal Bel Paese ed affacciandosi sul panorama internazionale, riconosciamo negli interventi di Oscar Niemeyer  [Hotel ad Ouro Preto (fig.2)], e di Gunnar Asplund  [ampliamento del Municipio di Goteborg (fig.3)] , una qualità che si esprime attraverso il controllo del linguaggio architettonico, l’uso di tecnologie, colori, materiali adeguati.

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fig.2

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fig.3

 

La capacità di dialogare con il luogo non è più oggi considerata una prerogativa; ne consegue che le nostre città stanno perdendo progressivamente la propria identità culturale, in nome del “progetto d’impresa” che sembra prendere sempre più piede.

La residenza di prestigio non si può ascrivere ad alcuna tipologia edilizia; gli elementi prevalenti sono i grandi terrazzi aggettanti e le pareti trasparenti che consentono al fruitore una visione panoramica dell’esterno.

Non si può quindi parlare di una svolta nel mondo dell’architettura, di scelta del moderno, perché i nuovi progetti, quasi mai si orientano verso soluzioni decisamente tecnologiche, ma risultano degli ibridi, fatti a misura sostanzialmente per soddisfare le esigenze del cliente facoltoso.

L’ evidente crisi culturale nel campo dell’architettura, si percepisce nella caduta di qualità e nella disinformazione diffusa tra gli addetti ai lavori, che oggi fa dire e fare cose inerarrabili nella “città eterna” (ma ancora per quanto?). Al punto che la palazzina terrazzata viene definita genericamente “moderna” e l’utilizzo di campi di mattoncini a facciavista, viene spacciato come un tentativo di “mediazione tra vecchio e nuovo”.

Il terrazzo da “litorale romano” calato nello scenario dell’urbe, viene reinterpretato per connotare una sorta di “status”, e la “villa urbana” con localizzazione in “zona di prestigio” è considerata il top della dimora di lusso. Per non parlare poi del “design firmato” che consegna arredamenti con marchi “di qualità” firmati da società con esperienza nel settore “turistico – alberghiero”.

Appartamenti da 8 -10.000 /m2 ; il target? «Case belle per le famiglie facoltose” tanto per usare il linguaggio di impresa, e finisce che l’operazione di sventramento di un edificio con più di 100 anni viene rivenduta come “intervento di riqualificazione con nuovo layout di facciata”

Nuovo volto della speculazione edilizia romana, le palazzine di extra lusso, rientrano in una serie di operazioni immobiliari, alcune delle quali si sono già concretizzate all’interno o in zone adiacenti al centro storico.  Si tratta di progetti che prevedono la riconversione o demolizione con ricostruzione di fabbricati esistenti e quasi sempre comportano un aumento sensibile di cubatura.

Attualmente sono in corso di realizzazione o ultimazione i seguenti complessi residenziali:

La “Domus Aventino” in piazza Albania negli ex uffici della BNL; operazione “Roma Doks” al Porto fluviale; complesso “Ludus Magnus” fronte Colosseo; intervento di riqualificazione di un’ex sede bancaria in via Boncompagni (fig. 4) ; operazione “Monticello” in prossimità del Vaticano.

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fig.4

A chi appellarsi più?

Questa tendenza apre nuove considerazioni sul tema delle responsabilità e dei ruoli, ma induce a pensare che sia ormai arrivato il tempo di definire nuovi strumenti legislativi e attualizzare gli organi di controllo sul territorio, al fine di evitare interventi indiscriminati e inadeguati nella città.

L’ Ordine degli Architetti, oggi organo corporativo con un orientamento culturale qualunquista, non ha più il ruolo di strenuo difensore dell’architettura, non conduce battaglie, non è più in grado di esprimere un parere sulla qualità.

In quella sede resta del tutto inascoltato l’appello di Salvatore Settis che nel suo: Se Venezia muore, chiede disperatamente che ci sia un Giuramento dell’Architetto, simile nello spirito al Giuramento di Ippocrate che impegna il medico a proteggere e salvare la vita. Un giuramento che dovrebbe impegnare l’Architetto, per quanto gli è possibile, a proteggere e salvare la qualità dello spazio di vita dell’uomo.

Deontologia professionale non è solatanto correttezza dei rapporti formali con i colleghi e i clienti: è anche studio accurato delle condizioni di partenza del progetto e individuazione di soluzioni adeguate e responsabili.

Carla Corrado

 

 

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