Architettura e parole

Pubblicato a Gennaio di quest’anno da Medusa, il libro ( 219 pagine, 100 illustrazioni, 70.000 parole e 435.000 battute ) prende il titolo , Il gioco dell’architettura , da un paragrafo con lo stesso nome scritto da Paolo Portoghesi. Leggo, scusandomi per l’inevitabile taglio: “…mi sono posto questo problema dell’architettura come esperimento, come risultato di un processo razionale programmato in anticipo. ……come se dovessi partecipare a un gioco, una partita a scacchi o a una partita a poker in cui, obbedendo a regole precise, il risultato era flessibile, morbido, indefinito, in larga misura imprevedibile.  …” Al gioco dell’architettura si aggiunge, quasi in chiusura del libro, il gioco delle parole, penultimo della sequenza di 13 paragrafi.

Nel gioco delle parole Portoghesi e il suo interlocutore e coautore, Leone Spita, sono spesso in disaccordo: felicità,crescita,natura, futuro, risparmio, fiducia. Su futuro c’è convergenza ; una convergenza fortemente utopica, sulla aspirazione jeffersoniana a non lasciare debiti alle generazioni future e la convinzione antropica, dai Masai a Henry George, della proprietà pubblica del suolo o delle rendite che esso produce. In realtà nel libro le parole sovrastano le immagini, quasi come in un tentativo di trasferire l’architettura in letteratura. Decrescita felice , secondo la posizione di Latouche, e l’idea di Portoghesi di geoarchiettura sembrano essere conclusioni condivise in chiusura del lungo dibattito, registrato nel corso degli anni, che hanno visto Spita editorialista di“ Abitare la terra” diretta da Paolo Portoghesi. Conclusioni avvertibili da ogni paziente lettore, Architetto o no.

Per tutto il resto, invece, il non architetto naviga cieco nelle suggestioni del libro, da Bateson a Heidegger, da Morris a Morin. Come si può immaginare, dietro la scusa del soggetto gli autori parlano sostanzialmente di se stessi , e il libro sarà certamente prezioso ai futuri biografi; in questo modo, essi dispongono liberamente, su una struttura completamente arbitraria, ipotesi e certezze , passioni e repulsioni: che frequentemente non coincidono. Il nostro diventa spesso dialogo fra sordi, recita Portoghesi , nell’incipit di “ La Tecnologia non è salvezza. La tecnologia è il rischio, però….” . Il libro è salutarmente pieno di ..sono d’accordo…non sono d’accordo. Un dialogo aperto, che tuttavia nei primi e negli ultimi capitoli ha il carattere di un confronto generazionale durissimo: due autori di qualità a confronto collegabili attraverso dalla cultura ma su due pianeti diversi quanto a posizione professionale e accademica.

Nel libro il termine archistar, inventato anni fa dalle nostre colleghe di Milano e del Queensland e codificato nel 2008, viene usato nella sua accezione negativa, come  rockstar , qualcuno che appartiene più all’universo commerciale e comunicativo e non ha sostanzialmente un prevalente profilo culturale. Anche se, come è ovvio, molti nomi, come ad esempio Gehry o Hadid, rientrano per alcuni aspetti positivi e altri, come Piano, sono inseriti nella categoria senza gran titolo.

In realtà, se declinassimo il termine archistar , in senso letterale, e cioè come architetto di un rilievo stellare nell’universo architettonico , essendo questo universo fatto di successo professionale  e di attendibilità culturale, senza dubbio anche i molti architetti portati ad esempio come architetti non archistar, cioè buoni , rientrerebbero perfettamente nella categoria. Ban, Sejima, Murcutt, Rogers, Fujimoto, Fujimori, Venturi, Aravena e i molti altri citati ( o che mancano, come Fuksas e Ken Yeang ) sono di fatto personaggi emergenti, come lo stesso Portoghesi – del quale è qui pubblicata una immagine di un progetto per Shangai, la Torre del Respiro – , sul piano professionale e culturale. Ho conosciuto Fujimori, giovane ricercatore, trent’anni fa ; all’Università costituiva le brigate Fujimori: gruppi di studenti che indirizzava a edifici interessanti senza bibliografia. Lui stesso era appena tornato da una visita a Chintao , città in piena Cina con caratteri heimat bavaresi. Ora è alla ribalta internazionale. Nel libro, utile e in generale di piacevole lettura, un nodo pesante è rappresentato da “ Simmetria e Asimmetria “ con residuali equivoci relativi alla posizione di Bruno Zevi sul tema; con qualche piccola imprecisione: la invariante proposta da Zevi recitava asimmetria e dissonanze, alla quale si aggiungeva tridimensionalità antiprospettica , che lo aiutava a leggera il simmetrico Ricetto della Laureziana di Michelangelo . Insomma, forse un problema risolto prima di nascere, pensando soprattutto alla estensione dalla simmetria bilaterale alle molte simmetrie : come la emisimmetria sperimentata da Le Corbusier.

Se mi fosse stato dato di partecipare al dibattito, avrei proposto il termine interculturale. Ponendo l’attenzione piuttosto su quegli architetti di frontiera che operano in India o nel Pacifico  componendo posizioni distanti anziché contrapporle.

In realtà, se ci si sposta da un riferimento letterale alla moderne bewegung ,  Movimento Moderno,  ( 1927 : termine che riguarda una parte relativamente limitata del tutto, codificata nel 1932 in International Style da Johnson e Hitchcok ) allo sviluppo complessivo  dell’Architettura Moderna – da Wright a Häring, a Markelius ai Luckardt – , la stessa linea delle contrapposizioni dialettiche diminuisce la sua efficacia.

Carlo Severati, 28 Maggio 2017.

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