È pressoché impossibile esprimere un giudizio di merito su di una operazione di restauro architettonico senza conoscere, come nel mio caso, lo status quo ante; procederò perciò come un cittadino italiano che ha l’esperienza di una giornata nella Città (dove ancora ci sono segni del terremoto che, per fatali errori ufficiali di valutazione dl rischio, ha fatto 309 morti ) che oggi rivive in una dimensione altamente civile.
Nella sede del MAXXI di Palazzo Ardighelli, oggi un edificio agibile di buona qualità – anche grazie al finanziamento che, a seguito del sisma del 6 aprile 2009, la Federazione Russa ha messo a disposizione dell’Italia – è bene allestita la Mostra “Architettura e Città nel Corno d’Africa” (28 giugno – 3 novembre 2024); certamente un contributo positivo allo sviluppo degli studi sul tema, che vede anche il coinvolgimento di strutture europee di livello universitario.
Nel merito, si può tuttavia osservare che la ricostruzione della vicenda coloniale, architettonica e urbanistica, “architetture e città” in Etiopia, Eritrea e Somalia, così come il loro complesso intreccio con un presente ampiamente decolonizzato, sembra solo un primo passo per una ricostruzione storiografica completa dell’intera vicenda.
La «massiccia azione architettonica e urbana portata avanti da professionisti italiani» durante il secolo scorso, imporrebbe di riuscire a comprendere la qualità dei modelli progettuali esportati; difficile farlo senza un filo conduttore o un supporto narrativo utile a spiegare (in modo meno sommario di come descritto nella brochure) la struttura delle città prese in esame, le relative dissomiglianze, il differente “carico” della presenza italiana e, soprattutto, le principali diversità culturali fra i tre Paesi del Corno d’Africa documentati dai Curatori.
Il pubblico si confronta con una preziosa serie di foto di edifici, appositamente scattate per questa occasione, riuscendo appena a collocare gli stessi in aree dell’Africa orientale che restano in parte non identificate. Il tutto senza poter intuire come le varie architetture, o le singole configurazioni urbane pianificate dai tecnici italiani, siano collegate, o meno, ai villaggi o agli insediamenti preesistenti all’occupazione coloniale.
Forse, un tema problematico anche per chi, progettista Architetto, Ingegnere o Geometra operava negli anni dell’Impero Italiano, con lontane origini ottocentesche, proclamato nel 1936.

Addis Abeba è collocata sulla catena montuosa dell’Acrocoro Etiopico – a quota 2700 m s.l.m.; Asmara, ubicata sull’altopiano eritreo, si sviluppa a 2300 m s.l.m.; Mogadiscio, adagiata lungo la costa dell’Oceano Indiano, ha un rilevato di appena 10 metri.
La valutazione sull’architettura fotografata e messa in mostra si limita a essere espressa mediante attribuzioni non riconducibili alle peculiarità morfologiche e paesaggistiche dei territori pertinenti a ciascuna città.
Gli architetti operanti ad Addis Abeba – da Cesare Valle a Ignazio Guidi, da Gio Ponti a Plinio Marconi e a Enrico Del Debbio – hanno dovuto fare i conti con un preesistente insediamento, oltre che con un’orografia piuttosto accidentata. Solidamente aggrappato alla sommità di alcune alture, infatti, l’agglomerato di abitazioni tradizionali che costituiva questa capitale era a sua volta dominato, da un lato, dalla mole della chiesa ortodossa di San Giorgio, dall’altro, dalla cittadella del Ghebì- che, sin da fine 800, aveva ospitato la dimora dei re – e le varie costruzioni adibite ai servizi di corte.

Ad Asmara, costruita invece ex nihilo nell’area di un “campo cintato” creato dai militari italiani nel 1889, il piano di Odoardo Cavagnari, prima, e quello di Vittorio Cafiero, poi, hanno adottato una griglia urbana basata sulla netta divisione etnica dello spazio.
Inoltre, quasi a enfatizzare il predominio dell’area abitata dagli europei su quella destinata agli indigeni, l’architettura asmarina, seppur per mano di un pool di architetti poco noti, ha felicemente elaborato quelle istanze del linguaggio razionalista moderno che, nel 2017, con unanimità di consensi, hanno determinato l’iscrizione della città nella Lista del Patrimonio Mondiale dell’Unesco.
Per Mogadiscio, fiorente città islamica affacciata sull’oceano, munita di cinta muraria e visitata sin dal sec. XIII da viaggiatori ed esploratori, gli interventi di pianificazione sono stati invece assai limitati. L’attività immobiliare dell’INCIS, dell’ONC e delle banche italiane, sovente gestita dall’Ufficio Tecnico locale guidato da Veglio Bertani – valente geometra cui il MAXXI dedica una forse troppo ampia sezione –, si è necessariamente concentrata negli spazi esterni all’originario insediamento, puntando soprattutto all’edilizia per il terziario, allo sviluppo delle attrezzature portuali e alla creazione delle reti di collegamento con l’entroterra.

Si aggiunge alla mostra tematica un’importante retrospettiva sull’opera dell’Architetto senese Arturo Mezzedimi alla quale è dedicata una intera sala. Molti gli edifici da lui realizzati in varie città del Corno d’Africa, dagli anni quaranta e fino al 1974, alla deposizione di Hailé Selassié. Una sezione espositiva che pone in realtà un atro tema: quello del distacco dall’architettura del mondo coloniale e del nuovo volto commerciale delle città.

Al video Decolonizing Architecture Advanced Studies (DAAS) – realizzato in Etiopia ed Eritrea da Alessandro Petti per il Royal Institute of Art di Stoccolma e trasmesso in loop in una saletta dedicata – spetta il grande merito di aver proposto al pubblico il tema complesso dei differenti processi di decolonizzazione avviati in questi due Paesi, detentori di un’eredità comune; una eredità contrassegnata da modelli di urbanizzazione forzata e dalla presenza di “reliquie” del regime. Reliquie ingombranti, con le quali tuttavia è necessario confrontarsi con un approccio culturale; come per tutte le altre aree geografiche, dalla Libia alla Grecia, aree nelle quali, da Carlo Emilio Rava a Florestano di Fausto, gli architetti italiani hanno tentato altre vie di raccordo con le culture dei Paesi occupati. Carlo Severati.
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